A House of Dynamite recensione film di Kathryn Bigelow con Idris Elba, Rebecca Ferguson, Gabriel Basso, Jared Harris, Tracy Letts, Anthony Ramos, Moses Ingram, Greta Lee e Jason Clarke
Non è certo un caso se, da qualche anno a questa parte, nell’immaginario collettivo sono tornate popolari espressioni come fissione atomica, deterrenza nucleare, missile Trident II o B-2 Spirit… Il motivo è brutalmente semplice e si potrebbe sintetizzare con una definizione sempre più inflazionata tra gli esperti di geopolitica: Guerra fredda 2.0.
Quella che stiamo vivendo, senza inoltrarsi in inutili comparazioni con lo scorso secolo – che suonerebbero più come una penosa competizione per la coppa al periodo più cupo -, è un’epoca caratterizzata da equilibri a dir poco precari in termini geopolitici, che, associati ad un inarrestabile sviluppo sul piano tecnologico-bellico, non possono che generare inquietudine nella mente di chiunque rifletta sulle possibili conseguenze di una escalation militare.
Kathryn Bigelow non è certa nuova al tema bellico e, dopo otto anni di silenzio, la prima regista a vincere un Oscar (nel 2008 per The Hurt Locker, battendo Avatar dell’ex marito James Cameron) è tornata con un’opera tragicamente in sintonia con l’attualità.
Un missile suborbitale lanciato da un sottomarino nell’Oceano Pacifico viene individuato dai radar degli Stati Uniti… dopo diversi calcoli e aggiustamenti il verdetto è chiaro: la destinazione sono gli States.

Dal sogno americano all’incubo senza risposta
Atomico, non atomico? Corea del Nord, Russia, Cina? Chi lo ha lanciato? Con chi comunicare per negoziare? È possibile intercettarlo per colpirlo in volo? È necessario attendere l’eventuale detonazione per agire o l’unica scelta possibile è di contrattaccare preventivamente per evitare di ritrovarsi sotto una pioggia di missili atomici in grado di spazzare via gli USA? Chi ascoltare? A chi dare la colpa? A cosa o chi appellarsi per decidere? C’è davvero un protocollo da seguire? Una lista a mò di menu con cui scegliere i propri bersagli?
Questo è solo un assaggio dello sconfinato panorama di dilemmi a cui A House of Dynamite sottopone i propri protagonisti e gli spettatori, i quali verranno sballottati da una stanza all’altra all’interno di una narrazione ellittica in grado di attivare il cosiddetto cinema della minaccia di cui Bigelow è notoriamente un’abile compositrice. Per farlo la regista statunitense adotta la tecnica della focalizzazione multipla, mostrando tre volte e con tre punti di vista diversi il nefasto percorso del missile.
Poche, pochissime risposte vengono fornite, e le uniche certezze ad emergere sono relative al fatto che non vi siano certezze neanche in quella che, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, è divenuta senza particolari dubbi la nazione più potente al mondo. Davanti alla possibilità della distruzione totale, infatti, nessuna convenzione, nessuna formalità o rituale possono fornire una soluzione per smantellare una casa eretta utilizzando candelotti di dinamite al posto dei mattoni.

