A Big Bold Beautiful Journey recensione film di Kogonada con Colin Farrell, Margot Robbie, Jennifer Grant e Hamish Linklater [Anteprima]

Fin dalla premiere londinese, A Big Bold Beautiful Journey ha suscitato reazioni contrastanti: per alcuni è un film visionario e da non perdere, per altri un confuso errore osservabile da molteplici angolazioni. Al suo terzo lungometraggio, Kogonada torna a dirigere Colin Farrell, questa volta accanto a Margot Robbie, in un racconto di desideri, dialoghi e condivisione.
Sarah e David si incontrano per caso al matrimonio di un amico comune e, per un imprevedibile colpo del destino, si ritrovano a intraprendere un viaggio straordinario che li porta a rivivere momenti decisivi delle loro esistenze e, attraverso di essi, a fare i conti con il presente.
Dalle prime sequenze e dai primi dialoghi lo spettatore intuisce se ciò che ha davanti potrà incontrare o meno il suo gusto: città artificiali, inquadrature pensate come imponenti quinte teatrali e interazioni che somigliano più a un sogno sospeso che a un frammento di vita reale. È questo il primo ostacolo, nonché la regola fondamentale che lo spettatore è chiamato ad accettare: per lasciarsi trasportare dalla pellicola occorre sospendere il giudizio, accogliere qualsiasi cosa che viene introdotta e ridurre al minimo le domande e perplessità.
La dimensione fantastica non si esaurisce nello stravagante viaggio che conduce i due attraverso porte magiche, capaci di catapultarli nel passato, ma permea ogni elemento del racconto. L’anomalia che i personaggi sembrano vivere, inspiegabile dall’inizio alla fine, è la stessa che investe lo spettatore, il quale continua a interrogarsi nel tentativo di decifrare l’enigmatica operazione messa in scena.
A Big Bold Beautiful Journey si confronta con uno stravagante paradosso: il benessere e il piacere interiore sembrano crescere in proporzione alla solitudine. È proprio questa contraddizione ad aprirsi strada e a diventare parte integrante del film: personaggi che vivono esperienze comuni ma che, paradossalmente, appaiono sempre più soli e distanti l’uno dall’altra. Persino nei momenti in cui i due interpreti condividono emozioni, la sensazione è che lo facciano in una condizione di isolamento, come se ciascuno restasse chiuso nel proprio mondo.

È innegabile che la coppia Robbie-Farrell riesca a bucare lo schermo e a trasmettere parte del proprio dolore al pubblico, ma questo non basta a restituire quel senso di unione e collettività che il viaggio avrebbe richiesto e che, per i protagonisti, sembra essersi compiuto, mentre per lo spettatore prevale spesso la sensazione di una compagnia forzata.
L’immersione di entrambi nei propri passati, il rivivere dolori e la consapevolezza di ritrovarsi ad affrontare nuovamente momenti di vita da un’altra prospettiva si inseriscono in uno sfondo fortemente astratto, dal tratto futurista e a tratti eccessivamente evanescente.
Più volte durante la visione viene da chiedersi quale sia la forza che regola l’alchimia dei protagonisti e cosa li spinga a proseguire un viaggio che offre sempre meno curiosità e appare sempre più assurdo e svogliato.
L’ultimo lavoro del regista coreano-americano si presenta come un sottile confronto con i fantasmi del passato, l’amore mancato e il lutto improvviso, attraverso la formula – quasi sempre vincente – del what if, che però in questo caso risulta indebolita già dalle sue premesse. Un lungometraggio che dialoga con il futuro, volge lo sguardo al passato e tenta di radicarsi nel presente.
I protagonisti riscrivono la propria vita guardandola da un punto di vista inedito e trovando sostegno e forza l’uno nell’altra; l’infanzia smette di essere soltanto dolore e trauma e si trasforma in una componente necessaria ed essenziale dell’esistenza.
La sensazione è quella di un passo falso da parte di un regista che, nelle sue opere precedenti, aveva sempre mirato a offrire una spiegazione razionale a ogni scelta, costruendo contesti, situazioni e motivazioni solide e fondando la narrazione su un efficace rapporto di causa ed effetto.
Qui tutto questo sembra svanire e anche il finale lascia il retrogusto di un’operazione incompiuta e parziale, in cui i protagonisti si scambiano affetti e riconoscono quanto il viaggio sia stato bello e necessario; peccato che, per lo spettatore, rimanga soprattutto la difficoltà non solo di coglierne il senso, ma persino di trovarne giustificazione nel titolo.


