28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa recensione film di Nia DaCosta con Ralph Fiennes, Jack O’Connell e Alfie Williams [Anteprima]

In principio era 28 giorni dopo (2004), diretto da Danny Boyle. Nel 2007 arrivò 28 settimane dopo di Juan Carlos Fresnadillo. Dopo quasi un ventennio si è passati a 28 anni dopo, segnando il ritorno dietro la macchina da presa di Danny Boyle e arrivando a stabilizzare la collocazione temporale. Il progetto annunciato infatti presentava il proposito di realizzare tre film (tutti con 28 anni dopo nel titolo), coi primi due girati in contemporanea e un terzo da mettere in produzione in caso di successo del duo iniziale.
28 anni dopo – Il tempio delle ossa è appunto il secondo capitolo di questo (per ora ipotetico) trittico che vede alla regia Nia DaCosta, che già si era confrontata con un franchise horror nel 2021 con il bel sequel/reboot di Candyman.
La vicenda riprende da dove si era interrotto il precedente film, col giovane Spike (Alfie Williams) che, mentre vaga per l’Inghilterra devastata dall’epidemia, si ritrova coinvolto in una setta capitana da sir Jimmy Crystal (Jack O’Connell), fanatico adoratore del Diavolo. Mentre il ragazzo cerca di capire come sfuggire al gruppo di fanatici, il dr. Ian Kelson (Ralph Fiennes) cerca di capire cosa provino gli infetti per poterli aiutare.
In queste due linee narrative si sviluppa il nucleo tematico del film, ovvero il contrasto tra un fanatismo religioso sadico e distruttivo, contrapposto a un approccio scientifico che guarda più all’empatia e alla comprensione del diverso; e che dimostra paradossalmente una dimensione spirituale più spiccata, come mostrato dal Tempio delle Ossa che dà il titolo al film.
Dove il primo 28 anni dopo parlava di isolamento (con chiari riferimenti alla Brexit) e di famiglia, questo seguito punta a parlare di perdita e riacquisizione di umanità in un mondo alla deriva.

Tra i maggiori timori prima dell’uscita vi era il dubbio se la regista avrebbe potuto reggere il confronto con Danny Boyle, cosa che ai tempi non era riuscita pienamente a Fresnadillo. Stavolta il risultato è molto più solido rispetto a 28 settimane dopo.
È evidente come l’avere una produzione più strutturata, pianificata e coesa (anche perché tutti i film sono sceneggiati da Alex Garland) abbia permesso di confezionare un risultato più in linea col predecessore, proseguendo con la messinscena cruda, sporca e senza autocensure (sangue e nudità sono ben presenti, seppur mai in maniera forzata e fine a sé stessa).
Non solo la storia e la messinscena proseguono in maniera coerente e raccogliendo alcuni semi disseminati dal precedente, ma ne gettano anche per il futuro terzo capitolo, di cui non resta che aspettare la conferma ufficiale.
Indubbiamente uno dei più riusciti rilanci di un brand ad anni di distanza.


