2001: Odissea nello spazio

2001: Odissea nello spazio recensione film di Stanley Kubrick [Flashback Friday]

2001: Odissea nello spazio recensione del film di Stanley Kubrick tratto dall’omonimo romanzo di Arthur C. Clarke con Keir Dullea, Gary Lockwood e William Sylvester

Quattro anni di lavorazione, 10 milioni di dollari di budget di cui 6 e mezzo solo per gli effetti speciali. Nel pieno del fragore della New Hollywood, in un’epoca di pura sperimentazione narrativa, Stanley Kubrick realizza forse la più grande opera cinematografica di tutti i tempi. Quel 2001: Odissea nello spazio (1968) tratto dall’omonimo (e contemporaneo) romanzo di Arthur C. Clarke dotato di una tale forza narrativa sconvolgente e conturbante, capace di travalicare i confini dello schermo per imporsi come trattato filosofico e ottimistica previsione di near-future.

Nel parlare del capolavoro di Kubrick infatti, non ci si può semplicisticamente fermare al concetto di genere cinematografico; rinchiudendolo così in una casella fatta di estetiche filmiche e specifici topos. Alien (1979); Blade Runner e La cosa (1982); Matrix (1999) e Interstellar (2014), tutte opere più o meno dense a livello tematico ma comunque strutturalmente e canonicamente fantascientifiche. 2001: Odissea nello spazio invece, destruttura del tutto le estetiche del genere, vivendo d’immagini e suggestioni, di un’andamento narrativo non-lineare e caotico, lisergico e avveniristico.

The Dawn of Men, gli uomini-ominide de 2001: Odissea nello spazio
The Dawn of Man, gli uomini-ominide de 2001: Odissea nello spazio

Un procedere per quadri concettuali, legati da un sottilissimo filo conduttore, che hanno come base una ratio filmica illuministica. Sullo sfondo della cornice “di genere” fantascientifica infatti, Kubrick dialoga sulla ragione e sul rapporto degli uomini con essa – declinando così una riflessione comune alla larga parte del suo opus.

Kubrick & Clarke: “leggere” 2001: Odissea nello spazio

Qualcuno mi potrebbe dire di cosa diavolo parla?“. Parlò così Rock Hudson subito dopo la prima mondiale dell’opera di Kubrick. Il regista de Paura e Desiderio (1953) infatti, non ha mai nascosto le sue intenzioni interpretative, stimolando gli spettatori a “pensare liberamente” sul significato dell’opera:

Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio. Non voglio precisare una chiave di interpretazione di 2001 che ogni spettatore si sentirà obbligato a seguire; altrimenti penserà di non aver colto il punto.

Ne nacque così un acceso dibattito con il co-autore letterario Clarke, che replicò così:

Se qualcuno lo comprende dopo la prima visione abbiamo fallito nel nostro intento. La vera natura dell’esperienza visiva in 2001 è dare allo spettatore una reazione istantanea, viscerale; che non richiede — e non dovrebbe — una maggiore amplificazione.

Per poi precisare in un secondo momento:

Il che non significa che non si possa godere il film completamente, la prima volta che lo si vede. Quello che volevo dire era che poiché avevamo a che fare con il mistero dell’universo; e con poteri e forze maggiori della comprensione umana, per definizione non potevano essere del tutto compresi. Tuttavia c’è almeno una struttura logica in tutto ciò che accade in 2001.

Il viaggio lisergico interstellare de 2001: Odissea nello spazio
Il viaggio lisergico interstellare de 2001: Odissea nello spazio

Successivamente al rilascio del film, Kubrick ne discusse con il saggista Joseph Gelmis; specificando di aver voluto evitare una formulazione verbale intellettuale volgendo così verso il subconscio dello spettatore. Il cineasta di Spartacus (1960) definì la sua opera, a pieno titolo, ambigua, ma secondo una ragione benevola e “non voluta”:

Quando ci si muove su un livello “non-verbale”, l’ambiguità è inevitabile. Ma è l’ambiguità di ogni arte, di un bel pezzo musicale o di un dipinto. “Spiegare” non ha senso; ha solo un superficiale significato “culturale” buono per i critici e gli insegnanti che devono guadagnarsi da vivere.

2001: Odissea nello spazio: sinossi

Quattro milioni di anni fa, alcuni ominidi si aggregano in clan per la conquista del territorio. La visione di un monolito nero spinge il capo-clan e la sua “gente” alla conoscenza; imparando istintivamente a usare gli oggetti per difesa e attacco. Millenni dopo, il Dr Heywood Floyd (William Sylvester) viene chiamato a prender parte a una missione sulla Luna: il monolito è riapparso in un’avamposto e ha emesso un forte segnale radio verso Giove.

Diciotto mesi dopo, nel 2001, la Discovery One parte verso Giove. La spedizione è guidata da David Bowman (Keir Dullea) e Frank Poole (Gary Lockwood); la gestione della nave è invece nelle mani del supercomputer HAL 9000 (Douglas Rain). Ben presto HAL inizia a dare segni di cedimento per via di alcune direttive al suo interno; sarà l’inizio di una disperata missione di salvataggio per Bowman e Poole – oltre Giove e l’infinito.

Keir Dullea in una scena de 2001: Odissea nello spazio
Keir Dullea in una scena de 2001: Odissea nello spazio

2001: Odissea nello spazio tra interpretazioni e suggestioni

Per provare a comprendere 2001: Odissea nello spazio, una prima chiave di volta ci viene data dal romanzo di Clarke. L’omonima opera letteraria infatti, identifica immediatamente il monolite come oggetto alieno di pura energia; configurando così, nella sequenza in stile Impero, un ipotetico zoo alieno in cui Bowman viene studiato. Kubrick scelse invece l’ambiguità narrativa, lasciando così il tutto inespresso. Qualcosa, tuttavia, che lascia intendere come le spiegazioni di Clarke possano non essere il giusto passepartout per la comprensione dell’opera filmica.

Esiste anche un’interpretazione in chiave religiosa dell’opera, presentataci così dal suo cineasta in un’intervista a Playboy:

Sul livello psicologico più profondo la trama del film simboleggia la ricerca di Dio. Alla fine postula ciò che è poco meno di una definizione scientifica di Dio. Il film ruota attorno a questa concezione metafisica; gli strumenti realistici e i sentimenti documentari riguardo al tutto furono necessari per indebolire l’innata resistenza al concetto poetico.

L'avamposto lunare de 2001: Odissea nello spazio
L’avamposto lunare de 2001: Odissea nello spazio

Di riflessioni ne sono scaturite tante negli anni, dalla Tripla allegoria di Wheat, a quella relativa “al concepimento”. Tra le più sostenute c’è quella nietzscheiana sul conflitto tra Apollinei e Dionisiaci; così trattata da Kubrick a doppio filo con Così parlo Zarathustra:

Qualcuno disse che l’uomo è il passaggio mancante fra le scimmie primitive e gli esseri umani civilizzati. Potreste anche dire che è intrinseco nella storia. Siamo semicivilizzati, capaci di cooperazione e affetto. Necessitiamo però di una qualche sorta di trasfigurazione in una più elevata forma di vita. L’uomo è in una condizione veramente instabile.

Nell’impossibilità di poter essere unicamente Apollinei (razionali, misurati) o Dionisiaci (vitali, creativi, istintivi), 2001: Odissea nello spazio muove sulle basi di un eterno conflitto nietzscheiano, tra ominidi Dionisiaci, un HAL Apollineo; e infine un Bowman che nella sua trasformazione si riappropria del proprio lato Dionisiaco.

L’alba degli uomini e l’avvento della ragione

Il buio assordante, un suono sinistro. Sulle note di Also Sprach Zarathustra infatti, Kubrick sventaglia una convergenza siderale in campo lungo ponendoci dinanzi alla Terra, la luna e infine il sole – apre così il racconto di 2001: Odissea nello spazio. Un prologo suggestivo, iconico e in pompa magna, che va a identificare la magnificenza enigmatica dell’opera, dando così il via alla narrazione impropriamente episodica declinata da Kubrick.

Il regista de Barry Lyndon (1975) apre così con l’alba dei tempi, nell’oramai iconico episodio de The Dawn of Man – che a conferma della sua titolazione apre esattamente con un’alba in dissolvenza incrociata; una suggestiva panoramica che ci introduce in un contesto scenico silenziosamente selvaggio di una purezza cinematografica inarrivabile.

Il monolite de 2001: Odissea nello spazio
Il monolite de 2001: Odissea nello spazio

Tra ossa sparute, tapiri e profili di uomini scimmia, Kubrick ci presenta così, la società degli ominidi. Momenti di vita pacifica che trovano come uniche relative minacce l’assalto di predatori come i leopardi. In una recitazione di calcolato istinto e intenzionale, Kubrick ci mostra infatti le scale gerarchiche degli ominidi. Scontri tra clan e capi-clan per l’appartenenza al territorio che l’andamento frammentario ci mostra in forma di urla e schiamazzi, senza uno specifico schema comportamentale se non il caos.

L’ingresso scenico del monolite in campo lungo e infine medio – tra l’enigmatico e l’iconico – dà il via all’evoluzione caratteriale degli ominidi. Nel loro avvicinarsi cautamente, toccandolo, odorandolo e venerandolo, Kubrick dà il là al sorgere del sole sulla civiltà. Momento allegorico d’enorme rilevanza, con cui Kubrick sguinzaglia il potere della ragione negli ominidi.

2001: Odissea nello spazio: il match-cut che fa la storia del cinema

Ancora una volta Also Sprach Zarathustra incede nel racconto, nelle ossa usate come clava; un rallenti poderoso di una violenza in crescendo rossiniano che nel suo synch identifica il raggiungimento della consapevolezza della ragione. Espediente essenziale che si traduce infatti nella caccia e nel cibarsi di carne, e nel dotarsi di un’arma contro i clan rivali per la difesa del territorio. Il cineasta de Shining (1980) configura così, nel raggiungimento dello stadio della ragione, l’autocoscienza del valore della sopravvivenza e della comprensione del proprio status di essere vivente; arrivando perfino alla cieca violenza per la propria autoaffermazione.

Il match-cut di 2001: Odissea nello spazio
Il match-cut di 2001: Odissea nello spazio

Una lezione di razionalità e storytelling filmico, i cui effetti vengono propagati da un match-cut d’antologia: un osso lanciato in aria; uno stacco netto su di un’astronave e sulle note de Sul Danubio Blu di Strauss, il regista de Arancia Meccanica (1971) passa così dall’alba degli uomini a un trattato di futuribile e ipotetico near-future che è l’insito cuore narrativo di 2001: Odissea nello spazio.

Kubrick e il near-future: l’approccio documentaristico 

Nell’armonico silenzio dello spazio, tra pianeti e stazioni spaziali, Kubrick guarda al domani del Nuovo Millennio con un’ottimistica visione avveniristica di sperimentazione tecnologica. Un guardare al domani, figlio della Corsa allo Spazio della società degli anni Sessanta che il cineasta de Lolita (1962) declina così, in un forte approccio documentaristico dalla maniacale cura scenografica.

Il domani di Kubrick è fatto di shuttle dalla Terra alle stazioni spaziali degli Hilton; di sedili con schermo incorporato e pasti liofilizzati della Pan-Am; di bagni a gravità zero e videochiamate. Tutti elementi avvolti in contorni narrativi funzionali da Guerra Fredda spaziale con cui tessere i fili del conflitto scenico della Missione su Giove.

William Sylvester in una scena de 2001: Odissea nello spazio
William Sylvester in una scena de 2001: Odissea nello spazio

Testimonianze di vita extraterrestre, sibili assordanti e campi lunghi dalla profondità di campo a perdita d’occhio. Nella figura del Dottor Floyd di Sylvester e nel ritorno del monolite, la composizione d’immagine di Kubrick si dispiega tra scorci in blu, atterraggi spaziali in rosso, e una pulizia scenica da lasciare a bocca aperta. Il cineasta di Eyes Wide Shut (1999) realizza così un poderoso parallelismo che scorre nelle ere storiche; ominidi e uomini che vestiti ora di pellicce, ora di tute spaziali, rimangono stupefatti dinanzi all’inesplicabile.

A cambiare è il ruolo scenico del monolite, di cui il regista de Il dottor Stranamore (1964) dispiega la forza narrativa in una regia di dettagli e campi lunghi, di mani che toccano e sfiorano; passando così dal far scattare la comprensione istintivo-cerebrale primordiale, alla ratio alla base della genesi di Hal 9000. Il super-computer del terzo frammento narrativo di 2001: Odissea nello spazio infatti, è il corrispettivo infatti della clava dell’ominide. Uno strumento atto all’evoluzione umana, figlio degli uomini ma che a differenza di un osso sviluppa in sé coscienza, comprensione, e un agire dettato dalla sopravvivenza.

Hal-9000 e la sovversione delle leggi della robotica di Asimov

Nello spazio siderale Kubrick gioca con la percezione dell’immagine, spezzando l’inquadratura, disallineandola, e perfino ponendola in orizzontale; declinando così il suo trattato di futuribile near-future nella vita degli astronavi della Missione Jupiter tra partite a scacchi, ibernazione, allenamenti e la BBC. Un approccio documentaristico-scientifico infatti, che il regista de Full Metal Jacket (1987) “sporca” della sua purezza nel dispiego dell’intreccio narrativo andando ad arricchire, al contempo, la mole tematica del sottotesto narrativo di 2001: Odissea nello spazio di un’arguta riflessione sul ruolo dell’intelligenza artificiale.

Hal 9000 in 2001: Odissea nello spazio
Hal 9000 in 2001: Odissea nello spazio

In un sabotaggio che vive di soggettive di labbra e panoramiche d’ambienti chiusi, Kubrick dà forza alle azioni di Hal in una presa di coscienza distruttiva. L’orgoglio della macchina e dell’insita superiorità che la ragione meccanica ne scaturisce infatti, è sovversione delle Tre leggi della Robotica di Isaac Asimov da scenario orrorifico. Il Bowman di Dullea emerge così, sugli scudi, in una contro-ribellione dall’incedere delle macchine, in un agire tra semi-soggettive sfalsate e primi piani iconici da presa di coscienza che Kubrick condisce di un surreale giro-giro-tondo; testimonianza del sadismo bambinesco dell’intelligenza artificiale ormai morente.

Il super-uomo nietzscheiano e l’evoluzione celeste

Kubrick gioca così con le percezioni dello spettatore, in un monolite che cambia pelle, ancora una volta, portandoci in un viaggio supersonico ai confini dell’universo conosciuto; un gioco di luci che è puro immaginifico lisergico che conferma gli intenti di una narrazione che vive d’immagini e suggestioni piuttosto che di un organico andamento. Una scia luminosa multicolore cancella lo spazio conosciuto tra stelle e nebulose, sette ottaedri e panorami di mondi sconosciuti in cui Bowman vive e rivive.

L'evoluzione a essere celeste di Bowman
L’evoluzione a essere celeste di Bowman in 2001: Odissea nello spazio

Nel collasso del tempo e dello spazio infatti, Bowman vede sé stesso tra proiezioni astrali e una stanza chiusa in stile Impero; muore su un piano terreno per poi evolversi rinascendo come essere celeste in un’enigmatica sequenza. Così facendo – nella ciclicità armonica di un racconto che sulle note di Also Sprach Zarathustra s’evolve da trattato di near-future a pura suggestione metafisica – il cineasta de Orizzonti di gloria (1957) realizza un’ode al superuomo nietzscheiano con cui superare i falsi valori etici e sociale di un paradigma culturale preconfezionato, per ambire alla grandezza del proprio spirito per mezzo dell’auto-perfezionamento.

2001: Odissea nello spazio: l’unico Oscar di Stanley Kubrick

A leggere il palmares di Stanley Kubrick fa strano notare un’unica vittoria agli Oscar a fronte di tredici nomination tra il 1965 de Il dottor Stranamore e il 1988 de Full Metal Jacket. Il regista newyorchese infatti, non poté mai fregiarsi dell’Oscar per il Miglior film o per la Miglior regia. L’unica eccezione da parte dell’Academy arrivò proprio con l’Oscar 1969 ai Migliori effetti speciali de 2001: Odissea nello spazio, che oltre ai dibattiti “oltre lo schermo” e le teorizzazioni filosofiche ebbe il merito d’insignire Kubrick della dorata statuetta.

L’opera del ’68 vive e rivive nel retaggio, nella “risposta sovietica” Solaris (1972) di Tarkovskij; nei parodistici Slok (1973) di Landis e Dark Star (1974) di Carpenter; e nel semi-spin-off diretto dal supervisore degli effetti speciali Douglas Turnbull, 2002: la seconda odissea (1972) contenente le sequenze di Saturno mai usate in 2001. Ma soprattutto nell’ottimo sequel di Peter Hyams, 2010: l’anno del contatto (1984), che anziché continuare nel sentiero dell’opera di Kubrick scelse di asciugarne l’elemento filosofico; valorizzando così, di riflesso, l’impareggiabilità della visione registica di Kubrick, e l’unicità del suo gioiello filmico.

La locandina di 2001: Odissea nello spazio
La locandina di 2001: Odissea nello spazio

Sintesi

Le interpretazioni tra il religioso e il nietzscheiano, le teorizzazioni sul significato della sua narrazione, HAL 9000, e il comicamente stizzito commento di Rock Hudson. Kubrick ci trascina in un viaggio verso un avveniristico domani enigmatico e impossibile, ma teorizzato da luminari come Wernher von Braun. Un'opera densa e stratificata, autentico simulacro narrativo del genio registico-narrativo Kubrick, che abbatte i confini della sala, andando oltre l'abituale fruizione filmica per diventare oggetto di dibattito intellettuale. 

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